Overdose inesistente, danni reali: il caso dei biscotti alla canapa usato per affossare la cannabis light

Overdose inesistente, danni reali: il caso dei biscotti alla canapa usato per affossare la cannabis light

Negli ultimi giorni i giornali hanno raccontato il caso di una donna svenuta su un ponte a Venezia parlando di “abbuffata di biscotti alla cannabis” e di “overdose di biscotti alla marijuana”.[1] Dietro questi titoli sensazionalistici, però, non c’è alcuna prova di overdose da cannabis, ma l’ennesima costruzione mediatica che confonde la canapa legale con la droga e criminalizza un intero settore produttivo.[2][3]

Cosa è successo davvero sul ponte dell’Anconeta

Secondo le cronache locali, una donna di 37 anni è stata trovata a terra, priva di sensi, sul ponte dell’Anconeta nel sestiere di Cannaregio a Venezia, soccorsa dal 118 e dalla Polizia locale e trasportata in ospedale, da cui è stata dimessa senza conseguenze gravi.[4][5] Gli articoli specificano che la donna aveva acquistato dei prodotti in un negozio della zona che vende canapa legale a basso contenuto di THC, collegando così il malore al consumo di biscotti alla canapa.[6][1]

Il frame scelto da diverse testate è quello dell’eccesso e della colpa: “abbuffata di biscotti alla cannabis”, “overdose di biscotti alla marijuana”, “ne mangia sei e sviene sul ponte”, pur senza pubblicare esami tossicologici, referti medici dettagliati o analisi di laboratorio sui prodotti ingeriti.[7][1][4] In nessuna di queste ricostruzioni viene mostrato un sequestro di droga a carico del negozio né risulta contestata formalmente la vendita di sostanze stupefacenti, ma l’associazione mentale tra “malore” e “cannabis” è già servita al lettore.[5][4]

Quando il titolo vale più dei fatti

Nella maggior parte degli articoli il titolo parla di “marijuana” o “biscotti alla cannabis” mentre il testo chiarisce che l’acquisto è avvenuto in un cannabis shop autorizzato, che vende prodotti a base di canapa legale con THC entro i limiti previsti dalla normativa.[1][4][5] Questa scelta lessicale non è neutra: il termine “marijuana” richiama immediatamente la droga illegale, mentre la canapa industriale e la cannabis light sono un’altra cosa, sia dal punto di vista giuridico sia da quello farmacologico.[3][8]

L’insistenza sulla parola “overdose” è altrettanto significativa, perché suggerisce un quadro di emergenza sanitaria e abuso di sostanze, quando in realtà non è stato reso pubblico alcun dato medico che attestasse livelli pericolosi di THC nel sangue o la presenza di droghe diverse.[4][7] Si trasforma così un episodio di malore, di cui non sono note le condizioni cliniche pregresse della protagonista, in un caso simbolico utile a rilanciare la narrazione della “pericolosità” della cannabis in ogni sua forma.[2][3]

La versione di chi lavora con la canapa

Il portale specializzato Spazio Canapa ha analizzato il caso sottolineando come i biscotti venduti nei canapa shop legali siano normalmente prodotti con farina di canapa o semi di canapa, privi di THC psicoattivo, e quindi incapaci di generare effetti stupefacenti o quadri di overdose.[2] Il sito evidenzia che, nel caso di Venezia, non si ha notizia di sequestri di sostanze illegali né di imputazioni penali al negozio, ma solo di una narrazione giornalistica che insinua responsabilità senza esibire prove tecniche.[3][2]

Secondo questa ricostruzione, l’episodio diventa l’ennesimo pretesto per alimentare un clima di sospetto verso la cannabis light, già al centro di campagne politiche e mediatiche volte a dipingerla come una minaccia alla salute pubblica nonostante rientri nel quadro della canapa industriale legale.[3][2] Il risultato è che a pagare il prezzo di questi titoli sono i coltivatori, i produttori e i commercianti che lavorano nel rispetto della Legge 242/2016 e delle successive interpretazioni giurisprudenziali sulla “assenza di efficacia drogante”.[9][3]

Cos’è davvero la cannabis light

La cannabis light deriva da varietà certificate di Cannabis sativa coltivate come canapa industriale, con un contenuto di THC molto basso e controllato, mentre il cannabinoide principale è il CBD, privo di effetti psicoattivi.[8][10] In Europa le varietà ammesse devono rientrare in una soglia di THC generalmente compresa tra lo 0,2% e lo 0,3%, e in Italia la Legge 242/2016 riconosce la canapa industriale come coltura legale, tutelando gli operatori che rispettano le varietà e le soglie previste.[11][9]

A questi livelli di THC non si ottiene lo “sballo” tipico della marijuana illegale: il CBD non altera la percezione, non produce euforia e non genera dipendenza, mentre il THC è il principale responsabile degli effetti psicoattivi della cannabis tradizionale.[10][8] Proprio per questo motivo la giurisprudenza penale italiana, dalle Sezioni Unite del 2019 alle pronunce più recenti, ha chiarito che i prodotti di canapa privi di efficacia drogante non integrano reato e non possono essere trattati come stupefacenti pericolosi.[12][9]

“Assenza di efficacia drogante”: cosa significa in pratica

Il Tribunale di Trento, in un’ordinanza del 2025, ha ribadito che la canapa resta legale quando è priva di effetti droganti, richiamando il principio di “offensività in concreto”: se il prodotto non è idoneo a creare uno stato di alterazione psichica, non c’è rilevanza penale.[9] Nella stessa linea si collocano le Sezioni Unite della Cassazione e successive pronunce, che distinguono nettamente tra derivati ad alto THC, potenzialmente psicoattivi, e prodotti a basso THC o con soli cannabinoidi non psicoattivi come il CBD.[12][9]

La nozione di “assenza di efficacia drogante” non è uno slogan del settore, ma un criterio giuridico e scientifico che valuta la reale capacità di un prodotto a base di canapa di produrre uno sballo, sulla base di concentrazioni, dosi e modalità d’uso.[11][9] Quando ci si trova davanti a biscotti alla canapa industriale, realizzati con farina o semi, la quantità di THC è nulla o talmente bassa da non permettere un’effettiva alterazione psichica, come confermano schede tecniche di prodotti e approfondimenti divulgativi sulla cannabis light.[8][10][2]

Perché i biscotti alla canapa non possono causare un’“overdose”

I biscotti alla canapa legalmente in commercio utilizzano di norma semi o farina di canapa, ricchi di proteine, fibre e acidi grassi, ma privi di THC o con tracce irrilevanti dal punto di vista psicoattivo, tanto da essere considerati alimenti come qualsiasi altro prodotto da forno.[10][2] In letteratura medica e nelle statistiche ufficiali non esistono casi documentati di overdose letale da cannabis light o da prodotti alimentari a base di farina di canapa in soggetti sani, mentre gli episodi di malore collegati al consumo sono rari e di solito legati a dosi elevate di edibili ad alto THC, non alla canapa industriale.[8][10]

Uno svenimento (sincope) può essere causato da molteplici fattori: digestione pesante, calo di pressione, stress, ansia, condizioni cardiovascolari o altre sostanze assunte, ma senza esami tossicologici e referti resi pubblici è impossibile attribuire con certezza il malore ai biscotti, tanto meno parlare di “overdose da marijuana”.[4][11] Nel caso di Venezia, le informazioni disponibili raccontano un malore e un successivo miglioramento, ma non riportano dati clinici oggettivi che colleghino in modo univoco i prodotti di canapa legale alla causa dello svenimento.[5][4]

La macchina del fango sulla cannabis light

Il caso di Venezia si inserisce in un contesto in cui, da mesi, una parte della comunicazione politica e mediatica ha individuato nella cannabis light un bersaglio ideale, costruendo una narrazione fatta di “allarmi”, “baby spacciatori” e “locali pericolosi” anche in assenza di dati solidi.[13][3] Spazio Canapa parla apertamente di una “macchina del fango” che utilizza episodi isolati per screditare l’intera filiera, proprio mentre le sentenze e i pareri tecnici confermano la legalità delle coltivazioni e dei prodotti privi di efficacia drogante.[9][3]

In questo quadro, un titolo come “overdose di biscotti alla marijuana” non informa, ma orienta il lettore a pensare che qualsiasi forma di canapa sia pericolosa e che chi la coltiva o la vende sia sostanzialmente equiparabile a uno spacciatore.[1][2] Così, invece di discutere seriamente di regolamentazione basata sulla scienza, si alimenta la paura e si giustifica una stretta repressiva che colpisce imprenditori, agricoltori e lavoratori che operano nel rispetto delle leggi italiane ed europee sulla canapa.[3][9]

Perché serve un’informazione onesta sulla canapa

Un’informazione onesta dovrebbe distinguere tra cannabis illegale ad alto THC e canapa industriale a basso THC, spiegando al pubblico che la cannabis light, priva di efficacia drogante, non può essere assimilata a una sostanza di abuso responsabile di overdose.[8][9] Dovrebbe anche pretendere trasparenza: se un malore viene attribuito a un prodotto, dovrebbero essere resi noti gli esami tossicologici e le caratteristiche esatte di ciò che è stato consumato, invece di limitarsi a un generico “biscotti alla marijuana”.[11][4]

Criminalizzare la canapa legale significa colpire un settore agricolo e industriale che crea lavoro, investe in qualità e tracciabilità e potrebbe rappresentare una risorsa economica sostenibile per il Paese.[9][3] Il caso di Venezia dimostra quanto sia urgente correggere la narrazione pubblica sulla cannabis: non per minimizzare i rischi di un uso improprio, ma per smettere di usare la paura come strumento di propaganda politica contro chi lavora nel rispetto della legge.[2][3]

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