Treviso, patente negata a chi frequenta consumatori di cannabis: quando la colpa diventa “per compagnia”

Treviso, patente negata a chi frequenta consumatori di cannabis: quando la colpa diventa “per compagnia”

A Treviso una sentenza del Tar ha confermato la sospensione della patente a un automobilista non solo per il suo passato, ma anche per le persone che frequenta, ritenute consumatrici di cannabis. In questo modo la scelta di altri diventa un “rischio sociale” che pesa anche su chi non consuma, con effetti discriminatori sulla vita quotidiana e sulle relazioni personali.

Cosa è successo al Tar di Treviso

Il caso riguarda un quarantenne della provincia di Treviso, già sanzionato in passato per guida sotto effetto di sostanze, sottoposto nel tempo ai controlli periodici della commissione medica competente. Nel corso degli accertamenti sono emerse tracce di cannabinoidi a livelli molto bassi, che la difesa ha collegato al possibile fumo passivo e non a un consumo diretto.

Nonostante questo elemento, la commissione medica ha espresso parere negativo sulla sua idoneità alla guida e la Motorizzazione ha sospeso la patente. Il ricorso dell’uomo al tribunale amministrativo non ha ribaltato l’esito: il Tar Veneto ha ritenuto legittimo considerare non solo i dati clinici, ma anche il contesto relazionale e le frequentazioni abituali del ricorrente.

Quando le “compagnie” diventano prova

Nelle motivazioni, i giudici sottolineano che la frequentazione di persone che consumano cannabis è un elemento significativo nel valutare il rischio di ricaduta. In sostanza, non si guarda più soltanto a ciò che fai tu – eventuale uso di sostanze, guida alterata, incidenti –, ma anche a chi hai attorno e in quali ambienti sociali ti muovi.

Questa impostazione introduce un cambio di paradigma pericoloso: la condotta di altri viene trasformata in indizio contro di te, come se bastasse trovarsi in un salotto, a una festa o in un locale dove qualcuno accende una canna per essere automaticamente etichettati come soggetti a rischio. È una forma di “colpa per vicinanza” che sposta il baricentro dal comportamento individuale a un giudizio morale sui gruppi sociali.

Un circuito di esclusione sociale

Se per tutelare la propria patente diventa necessario evitare chiunque consumi cannabis, anche saltuariamente, la conseguenza è un vero e proprio circuito di esclusione sociale. La vita relazionale viene filtrata da scelte che non ti appartengono, costringendoti a selezionare amici, partner, colleghi e persino familiari sulla base dei loro consumi, non dei tuoi comportamenti.

Contesti di convivialità normalissimi – cene tra amici, compleanni, concerti, vacanze – si trasformano in situazioni “a rischio” solo perché qualcuno decide di fumare. Chi non consuma e rimane lucido viene comunque spinto a vivere queste esperienze con la paura che un domani possano essere lette come prova di una presunta pericolosità.

Sicurezza stradale sì, ma con criterio

Nessuno mette in dubbio che la sicurezza stradale sia un interesse primario e che guidare sotto l’effetto di sostanze sia pericoloso e vada sanzionato. La normativa italiana, però, è già stata richiamata più volte al rispetto del principio di proporzionalità, proprio per evitare automatismi ciechi che equiparano situazioni molto diverse tra loro.

Quando il giudizio di idoneità alla guida smette di essere un accertamento concreto sul singolo e diventa un’etichetta basata sul contesto sociale, il rischio è quello di scivolare in una sorta di schedatura morale degli ambienti. Si passa dalla prevenzione reale – informazione, controlli mirati, distinzione fra uso e abuso – a una logica di sospetto generalizzato su chi vive in certi contesti o prende parte a determinate convivialità.

Dal diritto a muoversi al diritto a relazionarsi

La patente non è solo un documento: per molte persone è l’accesso al lavoro, alla cura, alla vita familiare e sociale. Legare il suo mantenimento alla “pulizia” delle proprie relazioni significa colpire indirettamente il diritto a muoversi e il diritto a relazionarsi liberamente, condizionando scelte intime e quotidiane.

In un contesto in cui la cannabis è ancora oggetto di forte stigmatizzazione, una decisione come quella di Treviso rischia di consolidare il pregiudizio: non è più solo chi consuma ad essere visto come problematico, ma chiunque gli stia vicino. Il risultato è una società in cui la paura delle conseguenze amministrative pesa più della qualità delle relazioni e del rispetto reciproco tra persone adulte e consapevoli.

Perché questo caso riguarda tutti

Il punto non è difendere l’uso irresponsabile di sostanze alla guida, ma rifiutare una logica in cui l’identità di una persona viene ridotta al comportamento – reale o presunto – del gruppo che la circonda. Oggi succede a chi frequenta consumatori di cannabis, domani potrebbe riguardare chi vive accanto a persone che bevono molto, assumono psicofarmaci o hanno precedenti di altro genere.

Difendere un approccio basato sulla responsabilità individuale significa chiedere che le istituzioni valutino fatti, prove, condotte concrete, senza trasformare le relazioni sociali in una colpa da espiare. Perché nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra la propria vita affettiva e la propria possibilità di guidare solo per ciò che altri decidono di fare.

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