Cannabis, alcol e legalizzazione: cosa dice davvero la scienza

Il dibattito sulla legalizzazione della cannabis oppone spesso percezioni sociali e dati scientifici. Roberto Saviano interviene in questo confronto sostenendo che i danni dell’alcol, per salute e società, superano quelli della cannabis e che un mercato regolamentato sarebbe più efficace del proibizionismo.

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Le parole di Roberto Saviano

Nel video Saviano paragona il consumo moderato di alcol e cannabis, contestando l’idea secondo cui “una canna” sarebbe di per sé più grave di “una birra”. Sottolinea che, sul piano chimico e di impatto sanitario, questa equivalenza morale non coincide con quanto emerge dagli studi.

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Secondo Saviano, la cannabis e i suoi derivati non sono sostanze benefiche, ma non producono gli stessi danni dell’uso abituale di alcol, soprattutto se si considerano mortalità, patologie croniche e costi sociali. Da qui la proposta di un mercato legale e regolamentato come strumento di tutela della salute pubblica e di contrasto alle mafie.

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Alcol: la droga più dannosa secondo gli studi

Uno studio pubblicato su “The Lancet” e ripreso da FNOMCeO ha valutato il danno complessivo delle sostanze d’abuso includendo effetti sulla salute individuale e sulla società. In questa scala da 1 a 100, l’alcol ottiene un punteggio di 72, superiore a eroina (55), crack (54) e nettamente più alto della cannabis.

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Il quadro tracciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità conferma la gravità del fenomeno: il consumo di alcol è associato a oltre 200 problemi di salute, tra cui tumori, malattie cardiovascolari, danni epatici, disturbi mentali e incidenti. L’OMS sottolinea che non esiste una quantità sicura di alcol priva di effetti sulla salute, raccomandando una forte riduzione dei consumi.

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Danni sociali dell’alcol

Gli studi che valutano i “danni da droga” includono, oltre alle patologie, anche criminalità, disordini sociali, conflitti familiari e costi economici. Considerando sia i danni alla persona sia quelli alla collettività, l’alcol risulta la sostanza complessivamente più pericolosa tra tutte quelle valutate.

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In Europa e in Italia l’impatto è evidente: milioni di persone sono a rischio per malattie alcol-correlate, con migliaia di decessi prevenibili ogni anno legati a cirrosi, tumori, incidenti stradali e violenza. Questo peso sanitario e sociale è ben superiore a quello attribuito alla sola cannabis, pur con tutte le cautele necessarie.

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Cannabis: rischi reali ma diversi dall’alcol

La cannabis non è una sostanza innocua: rapporti europei e studi clinici evidenziano rischi legati all’uso precoce, frequente e ad alta potenza di THC. La Relazione europea sulla droga 2025 rileva che la resina sequestrata in UE contiene in media circa il 23% di THC, mentre le infiorescenze si attestano intorno all’11%, livelli superiori al passato.

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Un aumento della potenza è associato a maggior probabilità di effetti acuti (ansia, panico, alterazioni percettive) e cronici (dipendenza, disturbi psichiatrici in soggetti vulnerabili, deficit cognitivi nei giovani consumatori abituali). La cannabis è inoltre la seconda sostanza più rilevata, dopo l’alcol, nei casi di guida sotto l’effetto di sostanze psicoattive, contribuendo al rischio di incidenti stradali.

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Quando la cannabis è più pericolosa

I principali scenari di rischio riguardano: uso in adolescenza, consumo intenso e quotidiano, associazione con alcol o altre sostanze e consumo in gravidanza. In questi contesti, i potenziali danni su cervello in sviluppo, salute mentale e sicurezza stradale aumentano sensibilmente.

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Una revisione comparativa dei danni di cannabis, alcol e tabacco per psicosi, deficit cognitivi e incidenti indica comunque che l’alcol resta più gravemente associato a esiti negativi complessivi. Ciò conferma la tesi che non tutte le sostanze psicoattive abbiano lo stesso peso in termini di rischio e che la demonizzazione selettiva della cannabis non rispecchi pienamente i dati.

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Perché Saviano chiede la regolamentazione della cannabis

Saviano collega la legalizzazione della cannabis a tre obiettivi: ridurre la tossicità del prodotto, togliere profitti alle organizzazioni criminali e migliorare l’informazione sui rischi. Il focus non è la banalizzazione del consumo, ma la gestione razionale di un fenomeno già esistente e diffuso.

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Prodotti più controllati, meno rischi

Nel mercato illegale si è registrato un forte aumento della potenza della resina e di molte varietà di cannabis, con concentrazioni di THC fino a oltre il doppio rispetto a dieci anni fa. Un sistema regolato consentirebbe di imporre limiti di THC, controlli di qualità, tracciabilità e standard sanitari, riducendo i rischi associati a prodotti estremi e adulterati.

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La regolamentazione consentirebbe anche di differenziare i prodotti per potenza, con linee a basso THC e rapporti THC/CBD più equilibrati, favorendo un uso meno rischioso tra chi già consuma. Questa logica di riduzione del danno è già applicata in vari paesi europei e rientra nelle raccomandazioni sulle politiche più efficaci in materia di droghe.

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Colpire i profitti delle mafie

Il traffico di cannabis rappresenta una voce importante nei bilanci delle organizzazioni criminali, che utilizzano questi proventi per finanziare altre attività illegali e consolidare il controllo sul territorio. Saviano sottolinea come la liberalizzazione controllata toglierebbe una fonte stabile di liquidità alle mafie, indebolendone la capacità economica.

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Esperienze internazionali mostrano che, dove è stata introdotta una filiera legale con tassazione e licenze, il mercato nero non scompare, ma viene significativamente ridimensionato in favore del circuito regolamentato. Ciò permette anche allo Stato di incassare risorse fiscali da destinare a prevenzione, cura delle dipendenze e programmi sociali.

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Informazione e prevenzione come nel tabacco

In un regime di proibizionismo è difficile attuare campagne di prevenzione mirate sulla cannabis, perché l’intera esperienza di consumo resta sommersa e stigmatizzata. La regolamentazione, al contrario, consente di imporre avvertenze sanitarie, divieti di vendita ai minori e regole sul marketing, in modo simile a quanto accaduto per tabacco e alcol.

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L’OMS e diverse agenzie europee insistono sulla necessità di combinare politiche fiscali, limitazioni di accesso e informazione chiara per ridurre i danni delle sostanze legali. Applicare un modello analogo alla cannabis vorrebbe dire smettere di affidare la prevenzione al solo mercato nero e alle narrazioni moralistiche, spostandola su basi scientifiche.

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Alcol, cannabis e doppio standard

Il contributo di Saviano mette in luce un evidente doppio standard: l’alcol, pur essendo una sostanza psicoattiva con enorme impatto su salute e società, è socialmente accettato e legalmente disponibile; la cannabis, con un profilo di rischio differente e in molti aspetti inferiore, resta invece spesso rigidamente proibita.

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Gli studi suggeriscono che, se le sostanze venissero classificate unicamente in base al danno prodotto, gli alcolici dovrebbero trovarsi tra le categorie più restrittive, insieme alle droghe tradizionalmente considerate “pesanti”. Rivedere le politiche sulla cannabis significherebbe quindi avvicinare le leggi alle evidenze scientifiche, senza sminuire i rischi ma superando l’asimmetria tra percezione pubblica e dati.

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Verso politiche basate sull’evidenza

Il punto non è decretare che la cannabis “faccia bene”, ma riconoscere che l’attuale assetto normativo non riflette il reale bilancio dei danni tra sostanze legali e illegali. Politiche ispirate alla riduzione del danno, alla regolamentazione e alla trasparenza informativa hanno maggiori probabilità di proteggere la salute pubblica rispetto alla sola repressione penale.

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In questo scenario, la proposta di Saviano di legalizzare e controllare il mercato della cannabis si allinea alle raccomandazioni di numerosi esperti che chiedono un approccio più razionale, graduato e basato sui dati, alla gestione delle droghe. Significa trattare la sostanza come un problema di salute e di politica pubblica, non solo come una questione morale o criminale.

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