Cuneo, rapina al deposito di cannabis light: custode sequestrato e picchiato

Cuneo, rapina al deposito di cannabis light: custode sequestrato e picchiato

In provincia di Cuneo un deposito autorizzato di cannabis light è diventato il bersaglio di un assalto violento: un custode è stato sequestrato e picchiato mentre i rapinatori portavano via la merce.

Il caso non parla solo di criminalità: mette a nudo un paradosso tutto italiano, dove chi lavora nel perimetro della legalità può ritrovarsi esposto, mentre la risposta pubblica sembra spesso concentrarsi più sul “colpire il settore” che sul proteggere persone e attività regolari.

Cosa è successo nel Cuneese

Secondo la ricostruzione riportata, l’assalto sarebbe avvenuto in una cascina a Santa Croce di Vignolo: un gruppo armato avrebbe immobilizzato il custode (24 anni), lo avrebbe imbavagliato e malmenato, quindi sarebbe fuggito con sacchi e bidoni di infiorescenze.

La refurtiva viene quantificata in circa 120 chili di marijuana light, con un valore stimato intorno ai 60.000 euro.

Arresti e sequestro della refurtiva

L’articolo riferisce che l’indagine ha portato a misure cautelari in carcere per sette persone, con accuse che includono rapina pluriaggravata, sequestro di persona e porto d’armi.

Viene anche indicato che una parte consistente della merce sarebbe stata recuperata e restituita, e che nel contesto dell’operazione sarebbero stati sequestrati oggetti/armi e anche circa 8 kg di marijuana illegale.

Il punto: la legalità “non protegge” se chi lavora è lasciato solo

Qui sta la frattura: il deposito è descritto come autorizzato, ma questo non ha impedito che diventasse un obiettivo redditizio per una banda pronta a usare violenza su un lavoratore.

Quando il messaggio percepito è “sei legale finché non dai fastidio”, il confine tra impresa regolare e bersaglio facile si assottiglia: i criminali vedono valore, lo Stato spesso vede solo un’etichetta (cannabis) e l’anello più debole paga.

Nel frattempo: sequestri e denunce nel settore, clima di incertezza

In parallelo, negli ultimi mesi è circolata molta cronaca su sequestri e denunce che colpiscono imprenditori e negozi della cannabis light, alimentando un clima di confusione e insicurezza per chi opera in modo trasparente.

Questa pressione, sommata al rischio concreto di rapine, crea un doppio livello di vulnerabilità: da un lato l’incertezza amministrativa/giudiziaria, dall’altro la minaccia fisica e criminale.

Cosa dovrebbe cambiare (misure concrete, non slogan)

1) Tutela reale dei lavoratori e dei presìdi

Se esistono depositi e filiere autorizzate, devono esistere anche standard di prevenzione: protocolli minimi di sicurezza, controlli mirati sui furti “di settore” e canali rapidi per segnalazioni e interventi.

2) Regole chiare per chi è in regola

La confusione normativa e la narrativa “tutto uguale” spingono l’opinione pubblica a non distinguere tra legale e illegale: ed è in quel rumore che prosperano sia l’accanimento indiscriminato sia le bande che colpiscono.

3) Una priorità semplice: sicurezza prima dell’etichetta

Un lavoratore sequestrato e picchiato non è un dettaglio collaterale di una guerra culturale: è il punto. Se un’attività è autorizzata, lo Stato deve garantire che non diventi una trappola per chi ci lavora.

Perché questa storia riguarda tutti

Oggi è la cannabis light, domani può essere qualsiasi filiera “controversa” ma legale: quando la protezione si indebolisce, il rischio si sposta sempre su chi ha meno potere—dipendenti, custodi, addetti di magazzino.

La domanda, alla fine, è brutale e necessaria: in un Paese che dice di voler combattere il crimine, perché un deposito autorizzato può essere saccheggiato con questa violenza e un onesto lavoratore finire in ostaggio?

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