Rastafari in Tribunale: la Cannabis come Rito Religioso — Il Paradosso di una Fede Perseguitata

Rastafari in Tribunale: la Cannabis come Rito Religioso — Il Paradosso di una Fede Perseguitata

Una sentenza che potrebbe cambiare tutto

La Rastafari Society of Kenya attende con trepidazione una sentenza dell'Alta Corte di Nairobi, attesa per il 15 luglio, che potrebbe riconoscere il diritto dei fedeli di fare uso di cannabis nell'ambito della libertà di culto. La vertenza giudiziaria risale al 2021, quando la società Rastafari depositò un ricorso formale per ottenere la depenalizzazione dell'uso spirituale della cannabis, localmente nota come bhang.

Per i Rastafari, la cannabis non è una sostanza ricreativa: è un sacramento. Viene utilizzata durante rituali comunitari per favorire la meditazione, promuovere la pace interiore e avvicinarsi a "Jah", ovvero Dio. Il portavoce della Rastafari Society, Mwendwa Wambua — noto come Ras Prophet — ha dichiarato: "Il Rastafari è la nostra cultura e fumare marijuana è parte di questa cultura. Per questo la dobbiamo difendere in un tribunale."

Il paradosso: criminalizzare il sacramento di una religione

Esiste un'assurdità profonda in questa vicenda che merita di essere messa in luce senza ambiguità. Immaginate se uno Stato vietasse il vino durante la Messa cattolica, o l'acqua battesimale, o il pane azzimo durante la Pasqua ebraica. Sarebbe immediatamente percepito come una violazione intollerabile della libertà religiosa. Eppure, per i Rastafari, la cannabis occupa esattamente questa posizione sacramentale: non è un accessorio culturale, non è un vezzo lifestyle, non è un piacere accessorio — è il cuore stesso del rapporto con il divino.

Il movimento Rastafari nasce negli anni Trenta in Giamaica, profondamente radicato nella spiritualità africana, nel panafricanesimo e nella reverenza verso l'imperatore etiope Haile Selassie I, considerato un'incarnazione divina. La cannabis — o "ganja" o "the holy herb" — è integrata nella teologia del movimento fin dalle origini: viene citata come "l'erba che guarisce le nazioni" in riferimento ai testi biblici, e il suo uso rituale è codificato nelle cerimonie Nyabinghi, i raduni sacri che uniscono preghiera, musica e meditazione comunitaria.

Criminalizzare questa pratica significa, di fatto, dichiarare fuorilegge una religione. Non si tratta di tollerare un "vizio" mascherato da fede: si tratta di riconoscere che per centinaia di migliaia di persone nel mondo, la cannabis è un canale verso il sacro tanto legittimo quanto l'incenso in un tempio buddista, le candele in una chiesa ortodossa o il pane eucaristico in una cattedrale. Il fatto che questo debba essere discusso in un tribunale — e che la decisione possa andare in entrambi i sensi — rivela un doppio standard culturale difficile da ignorare: le religioni "riconosciute" godono di tutele automatiche, mentre le fedi spirituali non occidentali devono dimostrare, anno dopo anno, caso dopo caso, che le loro pratiche meritano la stessa protezione.

Una legge spietata: il Narcotic Drugs Act del 1994

La legislazione vigente in Kenya non lascia spazio ad alcuna eccezione religiosa. Il Narcotic Drugs and Psychotropic Substances (Control) Act del 1994 punisce il semplice possesso di cannabis con un minimo di dieci anni di reclusione e multe fino a un milione di scellini kenioti (circa 7.750 dollari). Il traffico può comportare l'ergastolo.

Il ricorso presentato dai Rastafari contesta le sezioni 3, 5 e 6 di questo provvedimento, chiedendo di sospenderne l'applicazione per quanto riguarda il possesso, la coltivazione e il consumo della pianta a fini spirituali in abitazioni private o nei tabernacoli designati.

Il dilemma costituzionale: fede o legge?

I legali della comunità sostengono che le norme vigenti pongano i fedeli Rastafari di fronte a un dilemma costituzionale insostenibile: rispettare la legge o praticare la propria fede. L'avvocato Shadrack Wambui ha argomentato che l'uso della cannabis, nel contesto del culto Rastafari, è direttamente legato all'esercizio della coscienza religiosa e rientra quindi nelle tutele garantite dalla Costituzione keniana in materia di libertà di religione e di privacy.

La norma, a giudizio dei ricorrenti, non supera il test di proporzionalità: l'articolo 31 della Costituzione protegge la sfera privata delle scelte individuali che non danneggiano terzi, e criminalizzare condotte private equivarrebbe a un'ingerenza eccessiva dello Stato. In altre parole: se un fedele accende la sua erba sacra nel chiuso della propria casa, in comunione con la propria comunità spirituale, chi è il "terzo" danneggiato? Quale interesse pubblico è leso da un atto di devozione silenziosa?

Anni di persecuzione: irruzioni, sequestri, dreadlock tagliati

La comunità denuncia da anni una sistematica persecuzione da parte delle autorità: irruzione nelle abitazioni, perquisizioni durante le riunioni di preghiera, sequestro di piante, distruzione di tamburi rituali e, in alcuni casi, il taglio forzato dei dreadlock — considerati un segno sacro d'identità spirituale e politica. Diversi aderenti sono stati arrestati ripetutamente per il solo fatto di possedere la pianta.

Il portavoce Wambua ha riferito episodi di ispezioni domiciliari ripetute, dichiarando: "Vengono a casa tua e ti perquisiscono."

L'immagine di agenti di polizia che fanno irruzione in un luogo di culto, distruggono strumenti sacri e tagliano i capelli che un fedele porta come espressione della propria fede richiama scene che, in altri contesti religiosi, susciterebbero l'indignazione internazionale. Eppure, per i Rastafari di Kibera, questa è la routine.

Un precedente che non ha fermato la discriminazione

Il movimento Rastafari ha già ottenuto un primo importante riconoscimento legale: nel 2019 un tribunale keniota aveva stabilito che l'espulsione di una studentessa Rastafari dalla scuola a causa dei capelli intrecciati costituiva una violazione dei suoi diritti religiosi. Nonostante questo precedente, la discriminazione nei confronti della comunità non è cessata.

Kibera: la spiritualità che resiste

Ogni sabato i fedeli si ritrovano in un piccolo centro a Kibera, uno dei più grandi insediamenti informali di Nairobi, per pregare, cantare e suonare i tamburi Nyabinghi. Il centro ospita anche la Haile Selassie Foundation, che insegna ai giovani mestieri pratici come la tessitura e la lavorazione di perle, allo scopo di offrire alternative alla criminalità.

L'interesse per il Rastafarismo è in crescita, soprattutto tra le nuove generazioni che cercano un'identità spirituale radicata nella cultura africana e nei valori panafricanisti e anticolonialisti del movimento. Non è un caso che proprio i giovani — quelli che lo Stato vorrebbe "proteggere" dalla cannabis — siano invece attratti da una spiritualità che restituisce dignità, radici e senso di comunità.

Il 15 luglio: un punto di svolta?

La sentenza del 15 luglio potrebbe segnare un punto di svolta nel dibattito keniota sulla libertà religiosa e sulla politica in materia di droghe. Ma al di là dell'esito giudiziario, resta una riflessione più ampia: in un mondo che si dice pluralista e multiculturale, non dovrebbe essere necessario andare in tribunale per dimostrare che la propria fede merita rispetto.

I Rastafari non chiedono privilegi. Chiedono di poter pregare come hanno sempre fatto, con l'erba che Jah ha donato loro, nel chiuso delle loro case e dei loro tabernacoli. Se questo è un crimine, allora il crimine non è della cannabis — è di una legge che confonde il sacro con il proibito.


Fonti: Africanews, Costituzione del Kenya, Narcotic Drugs and Psychotropic Substances (Control) Act 1994.

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